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La letteratura umanistica alla corte dei Medici


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Added: Thursday, August 23, 2007 
Source: Nothing

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La corte medicea deve principalmente il suo splendore alla figura illuminata di Lorenzo il Magnifico. Il suo palazzo e le varie ville delle vicinanze divennero il fulcro della vita intellettuale e culturale della corte. Vista come “novella Atene”, assistiamo in questo ambito ad una vera e propria fioritura intellettuale. La cittĂ  era all’avanguardia in tutta Europa, sia a livello artistico per la gran quantitĂ  di opere d’arte, sia per gli studi umanistici. Attento anche al volgare, che vedeva come ideale mezzo di comunicazione, mantenne una linea di continuitĂ  con la tradizione Comunale cittadina, mettendola a confronto con i nuovi studi umanistici. Questo apparente paradiso non era però reale; il potere centrale dovette costantemente fare i conti con una realtĂ  sociale vittima di tensioni e di fragili compromessi. L’equilibrio tra uomo e mondo, alla base dell’ideale quattrocentesco, fu piĂą che altro un tentativo, una perenne ricerca. Questo portò alla nascita di due tendenze diverse ed opposte, una improntata all’umanistica fiducia nell’uomo e alle sue capacitĂ , mentre l’altra intravedeva una sottile inquietudine nelle sorti umane, instabili e non sempre gestibili. Un atteggiamento di questo tipo iniziò a generare nei letterati quel sentimento di evasione e disinteresse per la vita politica e di profonda insicurezza, che culminerĂ  con la problematica figura di Torquato Tasso. Lorenzo il Magnifico La vita Nato nel 1449, la figura di Lorenzo de’ Medici, detto “il Magnifico”, va inquadrata in quella corte fiorentina centro del sapere europeo. La personalitĂ  del mecenate si colloca in quell’ambito di fiducia disincantata tipica del periodo. Appena ventiduenne prese controvoglia le redini del potere, impostando il suo lavoro politico verso un’attenta azione diplomatica, privo però di qualsiasi ambizione espansionistica, interamente volto al “compromesso”. Le sole cose che ricercò fortemente furono la conservazione dello stato e il mantenimento della pace nella penisola, presupposti essenziali per una vita letteraria tranquilla. Morì nel 1492 tra il sentito compianto del suo popolo. Il mecenate letterato Cardine della sua educazione e formazione umana fu il profondo amore per la cultura e le lettere. Educato dai massimi esponenti del suo tempo, primo fra i quali il filosofo Marsilio Ficino, apportò un contributo essenziale allo sviluppo dello Studium della sua cittĂ . Scrittore non per vezzo nobiliare ma per sentita vocazione, la sua produzione mostra un carattere originale e curioso; l’arte e la filosofia gli furono inoltre utili per poter evadere spiritualmente dai limiti e dalle ristrettezze del reale, da lui fortemente sentiti. Poliedrico, si destreggia tra temi e stili gioiosi e altri piĂą raffinati, improntati a Dante, Petrarca e allo stilnovo. Famosissimo il Trionfo di Bacco e Arianna, canto carnascialesco che esorta a vivere nell’hic et nunc, nell’immediato, poichĂ© la caducitĂ  della vita non ci permette il lusso di perdere tempo. BenchĂ© assorba avidamente le piĂą disparate tendenze del suo tempo, non è un vuoto imitatore, dal momento che la sua acutezza di ingegno lo porta a creazioni originali. Costantemente volto ad uno sperimentalismo, non si può per questo definire in modo unitario la sua produzione. Angelo Poliziano La vita Nato a Montepulciano nel 1454 come Angelo Ambrogini, cambiò presto il cognome in, Poliziano dal nome latino della sua cittĂ  natale, “Mons Polotianus”. Cadde subito in disgrazia, dal momento che il padre venne ucciso per una vendetta quando lui era ancora un ragazzino; per questo motivo venne mandato a Firenze presso parenti. Qui, oltre alla passione personale per la lettura e lo studio da autodidatta, compì la sua formazione presso differenti letterati, studiando l’italiano, il latino, il greco, e con Ficino la filosofia. Genio precoce, appena sedicenne traduceva dal greco in latino i libri dell’Iliade. Nemmeno ventenne venne chiamato a corte dal Magnifico come precettore del figlio; qui prese i voti, e successivamente divenne sacerdote. Questi furono gli anni piĂą sereni e felici della sua vita, che corrisposero alla produzione delle sue opere maggiori, come ad esempio le Stanze per la giostra, iniziate nel 1475 in dedica al fratello si Lorenzo, Giuliano de’ Medici, e interrotte nel 1478, a causa della morte di quest’ultimo, vittima della congiura dei Pazzi. Successivamente, a causa dei rapporti tesi con i Medici per motivi di scelte educative del loro figlio Piero, si recò presso i Gonzaga di Mantova, dove nel 1480 compose l’altro suo capolavoro, l’Orfeo. Risolti nello stesso anno i suoi dissidi con i Medici, tornò a Firenze, dove ottenne una cattedra di eloquenza che tenne fino alla sua morte, avvenuta nel 1494. Le opere Grande filologo, Poliziano cercava l’evasione dalla vita di ogni giorno nel ricordo e nel mito dei grandi del passato, soprattutto negli autori greci e latini. Le reminiscenze che recupera da queste esperienze sono però rielaborate in modo originale e intimistico. Amante della solitudine, la sua poesia riflette visioni idilliache di grazia ed equilibrio; le immagini primaverili e sognanti, caratteristiche della sua opera, sono lo sfondo ideale di una vita trasfigurata in ideale. Si trova qui per la prima volta quel delicato sogno rinascimentale di pura bellezza, di equilibrio raggiunto tra uomo e mondo, perseguibile però solo in una visione fantastica. Le STANZE PER LA GIOSTRA doveva essere un poemetto encomiastico dedicato a Giuliano de’ Medici, ma in realtĂ  è una trasfigurazione ideale dei fatti e degli eventi in chiave favolosa. Sottesa alla trama amorosa vi è una vena nostalgica e malinconica per la fugacitĂ  e la brevitĂ  della giovinezza e di conseguenza per tutto ciò che è bello nella vita. Non c’è però drammaticitĂ  di toni, e la felicitĂ , anche se fugace, è costantemente ricercata. Questo carattere idilliaco perdurerĂ  ancora per secoli, fino a raggiungere la sua massima espressione con l’Arcadia settecentesca. Luigi Pulci La vita Nacque nel 1432 a Firenze, da famiglia nobile ma in forti difficoltĂ  economiche. Con la morte del padre fu costretto, nemmeno ventenne, a rivolgersi alla corte medicea alla ricerca di un impiego. Qui, nel fervido ambiente intellettuale, fu spronato dalla madre del Magnifico, dalla quale era stato preso in simpatia, a scrivere quella che sarebbe diventata la sua opera maggiore, il Morgante. Fu aiutato anche da Lorenzo stesso, con il quale mantenne una sincera amicizia per tutta la vita. Personaggio gioviale e bonario, allegro e attaccato alla vita, ne seppe cogliere il lato comico e burlesco; non fu infatti propriamente un umanista, almeno per cultura, nonostante l’ambiente cortigiano da lui frequentato. Si interessò per questo quasi esclusivamente alle forme piĂą popolari della letteratura del suo tempo, arrivando ad esserne il maggior esponete. Il Morgante Commissionato dalla madre di Lorenzo il Magnifico nel 1461, doveva celebrare la cristianitĂ  nel difficile momento in cui essa appariva minacciata dai Turchi. Vi si fanno rivivere le gesta dei paladini di Carlo Magno, anche se reinterpretate in modo personale. Una prima stesura appare nel 1478, mentre nel 1483 ne termina un’edizione ampliata, che prenderĂ  il nome di Morgante Maggiore. Il lessico è popolare, si modella sui temi burleschi e parodistici; i temi sono basati sul costante rovesciamento della realtĂ , riletta in modo iperbolico e paradossale. 

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